venerdì 21 luglio 2017

Il Serpente, G. Pitrè (Sicilia) Traduzione Mia

'erano una volta un marito e una moglie che avevano tre figli. Tutt'e tre femmine: una di sei, una di quattro, e una di due anni. Queste bambine andavano da una maestra, e la maestra era zitella. Le piccole crescevano, ma la madre cadde malata di una malattia mortale: il Signore la stava chiamando a sé. Poco prima di morire, si voltò al marito e gli disse: "Io muoio. Voi vi riammoglierete. Ecco qua c'è un paio di scarpe: vi risposerete solo quando queste scarpe cadranno a pezzi".
Morì, lasciando soli, marito e figlie.


Gysis Nikolaos



La maestra, vedendo che a queste bambine era morta la madre, cominciò a far loro mille carezze. Dopo un po', disse alla più grandicella:
"Rusidda, tu mi vuoi bene? Se mi vuoi bene, diglielo a tuo padre che mi prenda per moglie e io diventerò tua madre".
Le rispose la picciridda:
"Io vi voglio bene, ma mia madre ha lasciato detto che mio padre potrà riammogliarsi solo quando un certo paio di scarpe cadrà a pezzi!"
"Stupida! - le disse la maestra - tu piglia le scarpe, bagnale e poi appendile. Le scarpe marciranno in fretta e io diventerò tua madre".
La bambina ci credette  e lo raccontò alle sorelline. Si arrampicarono su per una scala. Presero le scarpe, le inzupparono per bene e le appesero. In un amen, le scarpe marcirono e caddero a pezzi. Allora, la maggiore disse all'uomo:
"Padre, ora che le scarpe sono cadute, perché non vi prendete per moglie la maestra, che stravede per noialtre?"
Il padre fece finta di non sentire, ma, dopo poco, si risposò con la maestra.


Von Blaas Eugene


Lasciamoli stare, e andiamo a raccontare che c'erano un Re ed una Regina, e la Regina era gravida. Dopo nove mesi, le vengono le doglie e il Re manda a chiamare una mammana. Arriva la mammana per assisterla: infila una mano... e si ritrova senza mano! Mandano a chiamare un'altra mammana, e anche quella infila una mano e pure lei si ritrova senza mano. La terza, lo stesso.
Emanarono un bando: chi si fosse presentato per assistere la Regina nel parto avrebbe avuto una grossa ricompensa.
Non appena la matrigna di quelle picciridde - che, intanto, erano cresciute - sente il bando, chiama il banditore, spinge la figliastra verso di lui, e dice:
"Questa fa la mammana. Pigliatevela, ché la fa figliare in fretta alla Regina!"
La picciotta, più morta che viva, non sapeva che fare, e, camminando, piangeva e piangeva, dicendo:
"E adesso, che faccio? Quando mai ho fatto la mammana?"
"Ih, figlia! - dicevano i servi - in che cattive mani sei capitata!"
La picciotta, non sapendo a chi raccomandarsi, chiese che la portassero sulla tomba della madre, e lì si mise a piangere e a implorare aiuto. Dopo un po', si solleva la lapide, la madre si alza e le dice:
"Ci hai colpa tu, figlia mia, che pagasti a caro prezzo la sua benevolenza! Ma, adesso, sai che devi fare? Va' a Palazzo e fatti portare una tinozza di latte e una d'acqua; mettiti un grembiule, entra nella stanza della partoriente, infila una mano e di' alla creatura: "Esci fuori! Vieni qua, piccolino mio!". Non appena quello viene fuori, tu lo prendi e lo lavi nella tinozza d'acqua, poi, gettalo nella tinozza del latte".
La povera Rusinedda salì a Palazzo e si fece preparare ciò che le aveva detto sua madre morta.
Come attacca a dire: "Esci fuori, piccolino mio!", invece di un bambino, vede uscire un serpente.
Lo lava nell'acqua fresca e poi lo getta nella tinozza piena di latte. La Regina, contenta d'aver scampato la morte, prende duecent'onze e le regala alla picciotta.
Quando se la vede tornare a casa, alla matrigna va il sangue al cervello. Non se ne capacitava.
"Non sei morta?", dice.
"E perché dovevo morire?"
Quell'infame della matrigna le piglia i denari e la tratta peggio di prima.
Torniamo al Serpente. Dopo qualche giorno, pretendeva di poppare il latte. Ci va una balia. Il Serpente si attacca al seno, ma si mangia la mammella tutta intera e amen. Ci va un'altra balia: il Serpente s'attacca al petto e le mangia la mammella sana sana. Va una terza balia: stessa cosa. Nessuna balia accettava più di andare ad allattarlo.
Il Re fa gridare un bando: chi andrà a Palazzo ad allattare il figlio del Re avrà una grossa ricompensa.
La matrigna chiama il banditore e gli spinge incontro la figliastra, che era ancòra ragazza: "Prendetela. Questa ne ha di latte".
Piangendo, la picciotta se ne va sulla tomba della madre, e la madre le dice:
"Come arrivi a Palazzo, fatti portare una mezzina piena di latte con un tubicino che termina a forma di poppatoio; questo poppatoio te lo applichi alla mammella, e lo dai in bocca al Serpente. E non aver paura".
La ragazza andò a Palazzo, si fece fare la mezzina piena di latte e cominciò ad allattare. Il Serpente si attaccò, e dàlli e dàlli a succhiare. Per due anni, Rusinedda fece 'sta vita, e, dopo due anni:
"Non voglio più la tetta!"
Disse il Serpente con una voce da paura.
Le regalarono quattrocent'onze a Rusinedda, che se ne venne a casa.
La matrigna, come la vede:
"E tu? Ancòra qua stai?"
"Perché? Non è forse casa mia? Tenete, vi ho portato quattrocento onze"
"E che me ne faccio?" Ribatté la matrigna e se le prese.
Dopo qualche anno, al Serpente venne lo sfizio di ammogliarsi. E lo fecero sposare poiché, fuori dalla Corte, nessuno sapeva che il Reuccio era un serpente. Così, la mattina dopo le nozze, vanno e trovano la moglie morta. E tornarono a farlo ammogliare, ma, per quante mogli prendeva, tante ne trovavano morte. Si gridò un bando.
La matrigna chiamò il banditore:
"Venite qua e pigliatevela: essa l'ha tirato fuori dal grembo della madre, essa lo ha allattato, essa se l'ha a prendere in sposo".
Povera figlia! Non appena rimase con i servi, chiese di essere portata sulla tomba della madre.
"Ahi, madre! E adesso che faccio?"
La madre s'affaccia dal suo sepolcro e le dice:
"Sai che devi fare? Come arrivi a Palazzo, prendi e sposatelo il Serpente. Quando ti fanno sedere a tavola, tutto ciò che ti trovi davanti offrilo a lui. Quando sarà ora d'andare a letto, di' alle dame di Corte che ti spogli da te. Quando resterai sola con il Serpente, lui ti dirà: 'Spogliati e va' a coricarti' - Tu non ti spogliare! Anzi, gli devi dire: 'Spogliatevi e andate a coricarvi' -  E, come gli dici così, lui getterà via la prima pelle. Dopo, ti dice: 'Spogliati e va' a coricarti' - E tu gli rispondi:  'Spogliatevi e andate a coricarvi' -  E vedrai che getterà anche la seconda pelle. Più tardi, ti dirà ancòra: 'Adesso spogliati e va' a coricarti' - E tu ripeti sempre la stessa cosa e non ti spogliare mai. La settima volta, lui getterà via l'ultima pelle e diventerà un giovane bello come il sole. Due ore più tardi, mentre sarete a letto, lui dirà. 'Rusina, Rusina, che ora è?' - E tu gli dici: 'E' l'ora che il mio papà tornava dal teatro' - Dopo un altro po': 'Rusina, Rusina, che ora è?' -  'L'ora che il mio papà cenava', gli rispondi tu - E prima dell'alba:  'Rusina, Rusina, che ora è?' -  'L'ora che il mio papà chiamava per il caffé' - E allo spuntar del sole:  'Rusina, Rusina, che ora è?' - 'L'ora che il mio papà chiamava per la colazione' - Allora il Reuccio ti abbraccerà e ti dirà: 'Tu sei mia moglie! Ma sta' attenta a non raccontare niente ché saresti perduta!"
E così, ben indottrinata, Rusidda lasciò la chiesa dov'era seppellita sua madre e salì a Palazzo, si maritò con il Serpente; a tavola, gli offrì tutto ciò che le mettevano davanti; poi, la sera:
"Spogliati!"
"Spogliatevi".
"Che ora è?"
"L'ora che il mio papà tornava dal teatro".
"Tu sei mia moglie!"
"Tu sei mio marito!"
E finis.
E, l'indomani, Rusidda era bella e soddisfatta.
Durante il giorno, il Reuccio era un serpente, e, la notte, un bel giovane che si godeva l'amore della moglie.


Alvaro Tapia



Passano i mesi, ma la Regina madre non si poteva capacitare che la Reginella fosse così contenta di vivere con il Serpente: si arrovellava su 'sta cosa, ma non diceva una parola. Un giorno, la Reginella chiese a suo marito la grazia che si facesse vedere una sola volta in forma di uomo. Lui acconsentì e le disse:
"Domani, affacciati al balcone: passerà un Cavaliere che ti saluterà con il cappello. Sarà tuo marito, ma bada bene che, se appena appena fiati con qualcuno, ci perdi il marito; e allora solo potrai trovarmi, quando mi cercherai tra fiabe e novelle".
L'indomani, come finirono di mangiare, il Serpente sparì. La Reginella uscì sul balcone, e la Regina madre le andò dietro. Passa un Cavaliere, si leva il cappello e saluta la Reginella, che ricambia il saluto e gli sorride. La Regina madre entrò in sospetto. L'afferra per i capelli e la tira dentro:
"Ah, traditora! Così tratti mio figlio perché è serpente?"
La povera nuora, vedendosi maltrattare a quel modo, dimenticò gli ordini del marito e disse:
"Maestà, quello che vi pare un estraneo, in realtà, è vostro figlio, che è infatato, e le Fate lo tengono in loro potere: la notte è uomo, e il giorno, è serpente!"
Quella notte, il Serpente non si fece vedere e la Reginella si ricordò delle parole del marito e scoppiò in un pianto dirotto. Poi, prese un po' di denari e se ne andò.
Entrò in un paese. Aprì una locanda e sulla locanda c'era un'insegna che diceva: "Tre giorni di ospitalità gratuita per chi racconta favole e cunti". [1]
E subito incominciò una gran processione di gente verso 'sta locanda. E chi andava e chi veniva.
Un giorno, se ne viene una vecchia e incomincia a raccontare.
"Stamattina ho visto una cosa strana. Ero in aperta campagna, quando vedo un bel giovane uscir fuori da un crepaccio della montagna con un involto di panni da lavare sulla testa. Va al fiume e dice:
'Ah, se ci fosse mia moglie! Le darei questa roba, e lei la porterebbe sopra la montagna e la darebbe alle Fate'".
"E' la verità?- Grida Rusidda che faceva la locandiera -  E ve lo ricordate bene il posto? Mi ci portereste?"
"Sissignora!"
E se ne andarono in campagna. Una volta giunte al fiume, Rusidda manda via la vecchia e si nasconde in una macchia. Arriva il marito con l'involto di panni.
"Ah, moglie mia! - dice - Come sono disgraziato! Se ci fosse qui mia moglie! Le darei questi panni e lei andrebbe in cima alla montagna e li darebbe alle Fate!"
Detto fatto, Rusidda salta fuori dalla macchia e si fa riconoscere dal marito, che le racconta quel che aveva patito e ciò che doveva fare per liberarlo. Lei prende i panni, sale in cima alla montagna, entra nella grotta e dice alla Fata più anziana.
"Voscenza (Vostra Eccellenza): ecco qua la roba vostra"
"E voi che volete?"
"Voglio ciò che vuole Voscenza"
"E che ho da darvi?"
"Ciò che Voscenza sa".
E tra un "Che volete?" e un "Ciò che vuole Voscenza" passa la giornata e si stava facendo notte. La Reginella fece pietà alle altre sorelle-Fate, e la più piccola disse alla maggiore:
"Ma non vedi quanto ha patito 'sta poverina? E daglielo ciò che le devi dare, e lasciala andare!"
Disse la Fata più grande alla Reginella: "E pigliatelo a tuo marito e portatelo via!"
Figuratevi la contentezza! Corre al fiume, si piglia il marito, e , in un amen, raggiunsero la locanda. L'indomani mattina, tornarono a Palazzo, e il Reuccio raccontò tutta la storia, di come le Fate l'avessero infatato nel ventre della madre e di come sua moglie gli avesse tolto la fatagione. La Regina madre si pentì del malo modo in cui aveva trattato la nuora e le chiese perdono. Fecero pace e vissero felici e contenti finché vissero,

E noi siamo qui e ci stuzzichiamo i denti! [2]


Palermo. Raccontata dalla Messia.
"Lu Sirpenti", LVI, G. Pitré.
Traduzione: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: Fiabe Popolari-Italia.






[1] VEDI la palestinese "Il Marito Cammello" e la siriana "Gòmena, il Principe dei Djinn"

[2] Alcune varianti siciliane riportate in nota dal Pitrè, tra cui "Il Principe Scursuni" della Gonzenbach, già postato):

Re Cavallu (Ficarazzelli)

Un re e una regina ebbero, per voto, un figlio, che però nacque cavallo. Venutagli voglia di sposarsi, gli fu data una ragazza di bassa condizione. La notte essa glielo rivelò, e il cavallo la uccise. Così fu della seconda moglie, sorella alla prima. La terza per via di moine se ne cattivò l'animo, e si fe' credere di alto legnaggio. Costei riuscì a farsi dire che cosa ci volesse per farlo diventare uomo: ed ella lo eseguì, entrando in un vicolo strettissimo, ripulendolo di tutte le ragnatele e tutte le sporchezze, in mezzo a persone feroci ed use a malfare. Alla fine del vicolo le si voleva far violenza, ma le mura parlarono e dissero che nessuno era stato fino allora così generoso da far loro il bene che la bella ragazza. Essa dunque uscì a salvamento, e il marito cavallo prese forme di uomo.

Re Porcu (Montevago) 

La moglie invitata ad una festa da ballo, nel tempo che ella già si gode il marito uomo, è per tre sere di seguito additata con derisione come moglie d'un porco; e quasi vituperata perché abbia l'improntitudine di mescolarsi con donne che hanno bei mariti. La terza sera però ella perde la pazienza, e dimenticando il comando del marito di serbare il segreto sull'esser suo dichiara che quello che a loro sembra un porco, la notte è un bell'uomo. Detto ella ciò, sparisce il marito.

Re Scursuni (Noto) 

Un padre, rimasto vedovo, promette alla figliolina che tornerà a sposarsi quando infracideranno un paio di scarpe che sono sotto il letto e un berrettone che è dentro la cassa. La ragazza, per consiglio dell'anima della madre, nell'andare a palazzo reale per assistere come levatrice la giovane regina, si provvede di 20 paja di scarpe, 20 vestine, 20 sottanine, 20 camicie, 20 fazzoletti, e un paio di guanti di ferro, coi quali riesce a far venire in luce il portato della principessa, che è uno scorsone. Questo, appena nato, è messo in mezzo a un tino di calce vergine, e così vive.
Varianti siciliane della nostra fiaba sono la 42 e 43 della Gonzenbach.

giovedì 20 luglio 2017

To Put it with Brutal Frankness, There Never Was a Cockier Boy







Se ci avesse riflettuto su - ma io non penso che lo avesse mai fatto - Peter avrebbe avuto il fermo convincimento che lui e la sua ombra, una volta entrati in contatto l'uno con l'altra, si sarebbero fusi come due gocce d’acqua. Quando si accorse che le cose non stavano proprio così, impallidì. Cercò di incollarsela addosso con un pezzo di sapone trovato in bagno, ma non ci riuscì.
Un brivido gli corse giù per la schiena. Si sedette a terra e scoppiò in lacrime.
I suoi singhiozzi svegliarono Wendy, che si mise a sedere sul letto. Vide lo sconosciuto che piangeva sul pavimento della nursery, ma non ne fu affatto spaventata: anzi, era piacevolmente sorpresa.
"Bambino, - chiese gentilmente - perché piangi?"
Quando voleva, Peter sapeva essere estremamente cerimonioso poiché aveva imparato l'etichetta alla Corte delle Fate: si alzò e le rivolse uno splendido inchino. Wendy ne fu assai compiaciuta, e si inchinò a sua volta, con altrettanta eleganza, dal suo letto.
"Come ti chiami?", chiese Peter.
"Wendy Moira Angela Darling - rispose lei, con una certa soddisfazione - E tu?"
"Peter Pan".
Naturalmente, Wendy sapeva già che non poteva essere altri che Peter Pan, ma il suo nome le sembrò davvero troppo corto in confronto al suo.
"Tutto qui?"
"Sì", disse Peter piuttosto bruscamente, e, per la prima volta, si rese conto che il suo nome era davvero troppo corto.
"Mi dispiace moltissimo", disse Wendy Moira Angela.
"Non importa", ribatté Peter. E deglutì.
Gli chiese dove abitasse.
"Seconda a destra, e poi dritto fino al mattino", rispose lui.
"Che strano indirizzo!".
Peter accusò il colpo. Per la prima volta, si rese conto che, forse, il suo era davvero uno strano indirizzo.
"No che non lo è!", disse.
"Volevo dire - aggiuse Wendy cortesemente, ricordandosi il suo ruolo di padrona di casa - è questo l'indirizzo che scrivono sulle lettere?".
Peter avrebbe tanto voluto che non avesse menzionato le lettere.
"Io non ricevo lettere", rispose, sprezzante.
"Neanche tua madre?"
"Io non ho una madre". Non soltanto non aveva una madre, ma non avvertiva neanche il più piccolo desiderio di averne una. Pensava che le madri fossero sopravvalutate.
Wendy, invece, ebbe la sensazione di trovarsi davanti a una tragedia.
"Oh, Peter, è ovvio che tu piangessi", disse, e, scivolata giù dal letto, gli corse incontro.
"Le madri non c'entrano nulla! - ribatté lui indignato - Piangevo perché non riesco a riattaccarmi addosso la mia ombra. E poi, non stavo neanche piangendo".
"Si è staccata?"
"Sì".
E, quando Wendy vide l’ombra tutta sporca e spiegazzata sul pavimento, si sentì profondamente dispiaciuta per lui.
"Oh, ma è terribile!", disse. Tuttavia, non poté trattenere un sorriso quando scoprì che Peter aveva cercato di riattaccarla con il sapone: era proprio un bambino! Fortunatamente, lei sapeva cosa andava fatto.


Scott Gustafson



"Dev'essere cucita", sentenziò.
"Cucita? Che significa cucita?", chiese lui.
"Sei spaventosamente ignorante!"
"No che non è vero!"
In realtà, Wendy era felicissima che Peter fosse spaventosamente ignorante.
"La cucirò io per te, mio caro ometto", disse, anche se erano alti uguali.
Così, prese l'astuccio da lavoro e attaccò l'ombra ai piedi di Peter.
"Forse ti farà un po’ male", lo avvertì.
"Oh, io non piangerò!", disse Peter, convinto di non aver mai pianto in vita sua.
Strinse i denti e non pianse, e la sua ombra, un po' sgualcita, tornò al suo posto.




Robert Ingpen


"Avrei dovuto darle prima una stirata", disse Wendy pensosamente, ma a Peter, proprio come a tutti i ragazzi, non importava nulla delle apparenze, e saltava per la nursery, pazzo di gioia.
Ahimè, aveva già dimenticato che doveva la sua felicità a Wendy: era convinto di essersi cucito da sé la sua ombra.
"Ma quanto sono in gamba! - cantarellava, rapito - Oh, come sono bravo!".
E' umiliante dover ammettere che la presunzione di Peter era una delle sue più affascinanti qualità. Per dirla con brutale franchezza, non esisteva un ragazzo più presuntuoso di Peter Pan.
Ma, in quel momento, Wendy ne fu sconvolta.
"Che presuntuoso! - esclamò con raggelante sarcasmo - E, naturalmente, io non ho fatto niente!".
"Beh, sì, qualcosina", concesse lui con noncuranza, continuando a danzare.
"Qualcosina! - replicò Wendy con alterigia - Poiché non sono di alcuna utilità, posso anche ritirarmi". Saltò nel suo letto con grande dignità, e si tirò le lenzuola fin sopra la testa.
Per indurla a guardarlo, Peter finse di andarsene, e, quando il suo stratagemma fallì, si sedette ai piedi del letto e le diede un delicato colpetto con il piede.
"Wendy - disse - Non allontanarti da me. Non posso fare a meno di festeggiare quando sono soddisfatto di me stesso".
Wendy non si mosse, anche se non perdeva una sola parola.
"Wendy, - continuò Peter con un tono di voce a cui nessuna donna è mai riuscita a resistere - Wendy, una ragazza vale più di venti ragazzi".
Ora, Wendy era donna dalla testa ai piedi, anche se non c’erano molti centimetri tra la testa e i piedi, e sbirciò da sotto le lenzuola.
"Lo pensi davvero, Peter?"
"Certo".
"Oh, è così dolce da parte tua! - dichiarò - Adesso mi alzo", e si sedette al suo fianco, ai piedi del letto.
Gli disse anche che, se lo desiderava, gli avrebbe dato un bacio, ma Peter non sapeva cosa intendesse dire e tese la mano, in attesa.
"Certo saprai cos'è un bacio!" disse lei, stupefatta.
"Lo saprò quando me l'avrai dato", rispose lui con distacco.
Per non ferire i suoi sentimenti, Wendy gli diede un ditale.
"Adesso, ti do un bacio anch'io?".
E Wendy rispose cerimoniosamente:
"Se ti fa piacere".
Gli porse con cortese condiscendenza la guancia, ma Peter le lasciò cadere in mano un bottone che, in realtà, era una ghianda. Wendy, allora, allontanò il viso lentamente, e gli promise che avrebbe infilato il suo bacio alla collana che portava sempre al collo. Mantenne la promessa, e fu davvero una fortuna per lei, poiché, in seguito, quel bottone le avrebbe salvato la vita.


Scott Gustafson



Da "Peter Pan and Wendy", di J.M. Barrie.
Traduzione: Mab's Copyright


martedì 18 luglio 2017

Juliet e le Altre

Jane Benham


Romeo and Juliet - Francis Sydney Muschamp


Francis Sydney Muschamp


Otello - Francis Sydney Muschamp


Francis Sydney Muschamp


Il Mercante di Venezia - Francis Sydney Muschamp


Il Mercante di Venezia - Francis Sydney Muschamp


Francis Sydney Muschamp


Francis Sydney Muschamp


sabato 15 luglio 2017

Il Ceppo d'Oro, Pentamerone (Giornata Quinta, Trattenimento Quarto)

Parmetella, figlia di un povero villano, incontra una buona fortuna; ma per la sua troppa curiosità, se la fa fuggir di mano, e, dopo aver sofferto mille travagli, trova il marito in casa della madre di lui, ch'era un'orca, e, superati pericoli grandi, i due restano insieme contenti.

'era una volta un ortolano, il quale, essendo poverello poverello, che, per quanto faticasse, a stento si procurava il pane per sostentarsi, comprò tre scrofette alle sue tre figlie femmine, affinché, allevandole, si mettessero da parte un po' di doticciuola.
Pascuzza e Cice, che erano le maggiori, portarono a pascere le loro due in un bel prato; ma non vollero che la più piccola, Parmetella, andasse con loro, e la scacciarono, dicendole di andare in qualche altro posto. Ed essa menò il suo animaletto a un bosco, dove le ombre si fortificavano contro gli assalti del Sole; e, quando fu in un prato, in mezzo al quale correva una fontana che, ostessa d'acqua fresca, invitava con lingua d'argento il passeggero a bere una mezzetta, trovò un bell'albero con le foglie d'oro.



Goble W.


Parmetella ne spiccò una fronda e la portò al padre, che, con grande allegrezza, la vendè per più di venti ducati, i quali gli valsero a otturare qualche buco; e, avendo domandato alla figlia dove l'avesse trovata, costei gli rispose:
"Prendi, messere mio, e non cercare altro, se non vuoi guastare la fortuna tua".
Il giorno dopo, tornò al medesimo luogo e fece la medesima cosa; e tanto continuò a sfrondare l'albero che questo rimase schiomato, come se avesse ricevuto il sacco dai venti dopo l'autunno. Parmetella vide che ne restava un gran ceppo d'oro, che non si poteva strappare con le mani, e perciò, ritornata con un'accetta, si mise a scalzare intorno intorno il piede dell'albero, e, levato come meglio potè il ceppo, le apparve nel foro una bella scala di porfido.
Curiosa com'era fuor di misura, discese quei gradini, e, dopo aver camminato per un gran sotterraneo profondo profondo, usci a una bella pianura, nella quale sorgeva un palazzo bellissimo, dove non calpestavi altro che oro e argento, né vedevi altro che perle e pietre preziose. E, mirando Parmetella, come trasognata, questo magnifico sfoggio, e non vedendo alcuna persona che fosse mobile in quello stabile, entrò in una sala, nella quale si vedevano dipinte tante belle cose, e in particolare l'ignoranza di un uomo stimato sapiente, l'ingiustizia di chi teneva le bilance, e i torti vendicati dal Cielo, cose da stupire, tanto parevano vere e vive; e in quella sala era una bella mensa apparecchiata.
Parmetella, che si sentiva mancare dalla fame, non vedendo alcuno, si sedette a quella tavola, e cominciò a godersela come un conte. Ma, nel meglio del macinare, ecco entrare uno schiavo di bell'aspetto, che le disse:
"Ferma, non partirti di qui, che ti voglio per moglie, e intendo farti la più felice donna del mondo". Tremò di paura Parmetella; poi, alle buone promesse, prese animo e si contentò di quello che volle lo schiavo; onde le fu subito consegnata una carrozza di diamanti, tirata da quattro cavalli d'oro con l'ali di smeraldo e rubini, che la portavano volando per l'aria perché si prendesse spasso; e le furono date per servigio della persona una frotta di scimmie vestite di tela d'oro, che subito, abbigliandola da capo a piede, la misero nella forma di un ragno, che pareva proprio una regina.
Venuta la notte, quando il Sole, desideroso di dormire alle rive del fiume dell'India senza zanzare, spegne il lume, Io schiavo le disse:
"Bene mio, se vuoi fare la nanna, coricati in questo letto; ma appena ti sarai ficcata tra le lenzuola, spegni la candela, e sta' in cervello ad eseguire quanto io ti dico, se non vuoi imbrogliare il filato". Parmetella cosi fece e si mise a dormire; ma aveva appena calate le palpebre che il moro, convertitosi in un bellissimo giovine, le si coricò a lato; ed essa, risvegliatasi, e sentendosi cardare senza pettine la lana, fu per morire dal terrore, ma, visto che la cosa si riduceva a guerra civile, stié ferma alle botte. E, prima che l'Alba uscisse a cercare uova fresche per confortare il vecchierello amante suo, lo sposo saltò giù dal letto e tornò a riprendere la patina del moro, lasciando Parmetella assai vogliosa di sapere quale ghiottone s'era soibito l'uovo primaiuolo di cosi bella pollanca.
La seconda notte, coricatasi e spenta la candela come la volta precedente, al solito le si venne a coricare a lato il bel giovine; il quale, quando fu stanco di giocherellare, si pose a dormire. Ed essa allora die di mano a un focile che aveva apparecchiato, e, accesa la candela, sollevò la coperta, e vide l'ebano diventato avorio, il caviale fior di latte, il carbone calce vergine. E mentre, a bocca aperta, mirava queste bellezze e contemplava la più bella pennellata che la natura avesse mai data sulla tela della meraviglia, il bel giovane si destò e prese a bestemmiare Parmetella, gridando:
"Oimè, per colpa tua debbo stare altri sette anni in questa penitenza maledetta! per te, che con tanta curiosità hai voluto mettere il naso nei segreti miei! Va', corri, rompiti il collo, che tu non mi possa più comparire innanzi, e torna ai tuoi stracci, che non hai saputo conoscere la fortuna tua".
Cosi dicendo, dileguò come argento vivo. Fredda e gelata, Parmetella, abbassando il capo, usci da quella casa; e, pervenuta che fu fuori della grotta, incontrò una fata, la quale le disse:
"O figlia mia, quanto mi piange l'anima per la disgrazia tua! Tu vai al macello, dove questa tua sciagurata persona passerà pel ponte del capello [1]; e perciò, per rimedio al tuo pericolo, prendi queste sette fusa, questi sette fichi e quest'alberello di miele, e queste sette paia di scarpe di ferro, e cammina tanto, senza fermarti mai, finché le scarpe non si consumeranno, e tu non vedrai al balcone di una casa sette femmine, che staranno a filare dall'alto in basso, col filo ravvolto intorno ad ossa di morti; e, allora, sai che devi fare? Stattene ben acquattata, e, zitto zitto, quando il filo vien giù e tu levane l'osso e mettici il fuso avuto da me, e, al posto della cocca, il fico. Quelle, tirandolo in alto e sentendo il dolce, diranno: - A chi ha addolcito la mia boccuzza, sia addolcita la sua venturuzza, - e, dopo queste parole, l'una appresso dell'altra dirà: - O tu, che mi hai portato queste cose dolci, lasciati vedere; - e tu risponderai: - Non voglio, che mi mangi, - e quelle diranno: - Non ti mangio, se Dio mi guardi il mestolo; - e tu punta i piedi e sta dura; ed esse continueranno: - Non ti mangio, se Dio mi guardi lo spiede; - e tu salda, come se ti facessi far la barba. Ed esse replicheranno: - Io non ti mangio, se Dio mi guardi la granata; - e tu non creder loro nulla. E se dicessero: - Non ti mangio, se il Cielo mi guardi il pitale; - e tu chiudi la bocca e non bisbigliare, perché ti farebbero evacuar la vita. In ultimo diranno: - Se Dio mi guardi Tuoni-e-lampi, non ti mangio; - e allora va' su e sta' pur sicura, che non ti faranno male".
Avuta questa istruzione, Parmetella cominciò a camminare, per valli e per monti, tanto che le scarpe di ferro in capo a sette anni si consumarono. E, giunta a un gran casone, dov'era una terrazzina sporgente, vide le sette femmine che filavano; e, adempiuto esattamente quanto le aveva consigliato la fata, dopo molri spiamenti e nascondimenti, in ultimo ottenne il giuramento di Tuoni-e-lanipi, si mostrò e sali. Ma, non appena quelle sette femmine l'ebbero davanti, tutte insieme gridarono;
"Ah, cagna traditora! Tu sei la causa che nostro fratello sia stato sette anni in una grotta, lontano da noi, in forma di uno schiavo. Ma non dubitare, che, se con lo strapparci il giuramento ci hai messo un sequestro alla gola, alla prima occasione sconterai il nuovo ed il vecchio! Per ora, nasconditi dietro quella madia; e, quando viene la madre nostra, la quale senz'altro t'inghiottirebbe, tu le va' dietro e afferrale le poppe, che porta come bisacce dietro le spalle, e tira quanto puoi e non lasciarle mai, finché non ti giura per Tuoni-e-lampi di non farti male".
Anche questo fu adempiuto punto per punto da Parmetella; e colei, dopo aver giurato per la paletta del fuoco, per la pergoletta, per l'attaccapanni, per l'aspo, per la rastrelliera, finalmente giurò per Tuoni-e-lampi; e allora essa lasciò andare le poppe e si fece vedere dall'orca. La quale le disse:
"Me l'hai fatta! Ma solca diritto, traditora, che alla prima pioggia ti farò portare via dalla lava!".
E, cercando coi fuscelli l'occasione di trangugliarsela, un giorno prese dodici sacchi di legumi confusi e mescolati insieme, che erano ceci, cicerchie, piselli, lenticchie, fagioli, fave, riso e lupini, e le disse: "Tieni, traditora, prendi questi legumi e nettali in maniera che ogni qualità stia separata dall'altra: che se per stasera la cosa non è fatta, io mi t'inghiotto come una zeppola di tre calli!".
La povera Parmetella, sedutasi a pie dei sacchi, piangeva:
"Mamma mia bella, oh quanto mi si è inceppato dentro il ceppo d'oro! Questa è la volta che la mia causa sarà spedita! Per vedere una faccia nera diventata bianca, questo cuore afflitto è diventato strofinacciolo! Oimè, sono distrutta, sono andata, non c'è più rimedio! Mi pare di momento in momento di star giù nella golaccia di quell'orca fetida! Non c'è chi mi aiuti, non c'è chi mi consigli, non c'è chi mi consoli!".
Mentre faceva questo piagnisteo, eccoti comparire Tuoni-e-lampi, il quale aveva terminato l'esilio della maledizione che gli era caduta addosso, e, benché stesse adirato con Parmetella, non poteva mutare il sangue in acqua. E, vedendola fare questo funerale, le disse:
"Traditora, che cos'hai che piangi?". Ed essa gli raccontò il malo trattamento della madre, e il fine che voleva conseguire di sventrarla e mangiarsela. Tuoni-e-lampi le rispose:
"Levati, fa' animo, che non sarà quel che temi"; e, al tempo stesso, spargendo tutti i legumi per terra, fece piovere un diluvio di formiche, che subito li cominciarono a scegliere e ad ammucchiare separatamente: tanto che Parmetella, raccogliendo ogni qualità da parte, ne riempi i sacchi.
Tornata l'orca e trovato che l'opera commessa era stata eseguita, stié per disperarsi:
"Quel cane di Tuoni-e-lampi mi ha reso questo bel servigio! Ma tu mi pagherai lo scapito! Prendi questi gusci di fustaggine, che servono per dodici materassi, e fa' che per questa sera siano pieni di piume; altrimenti, ti scannerò".
La sciagurata prese quei gusci, e, sedutasi per terra, ricominciò il lamento, martoriandosi tutta e facendo degli occhi due fontane; quando comparve Tuoni-e-lampi.
"Traditora, - le disse - non piangere: lascia fare a me, che ti conduco al porto. Sciogli le chiome, stendi a terra i gusci di materassi, e comincia a lacrimare e a gridare, che è morto il Re degli uccelli; e vedrai che cosa accadrà".
Parmetella fece cosi; ed ecco un nugolo d'uccelli, che oscurava l'aria, i quali, battendo le ali, facevano cadere a ciuffo a ciuffo le penne, tanto che, in minor termine di un'ora, i materassi furono pieni.
E, venuta l'orca e visto il fatto, si gonfiò di tale rabbia che crepava pei fianchi.
"Tuoni-e-lampi - gridò - mi ha preso a seccare! Ma ch'io sia trascinata a coda di scimmia se non la colgo a un passo, dal quale non potrà scappare!".
E disse a Parmetella:
"Corri, precipitati a casa di mia sorella, e dille che mi mandi gli strumenti musicali, perché ho sposato Tuoni-e-lampi, e vogliamo fare un festino da re".
E, per un'altra via, mandò ad avvertire la sorella che, venendo la traditora a chiedere la musica, l'ammazzasse subito e la cucinasse, perché sarebbe andata a mangiarla in sua compagnia.
Parmetella, che si vide comandare servigi più leggeri, si rallegrò tutta, credendo che il tempo fosse cominciato a rabbonirsi. Oh, come sono storti i giudizi umani! Ma, incontrato per istrada Tuoni e-lampi, questi, vedendola filare di buon passo, l'arrestò:
"Dove sei avviata, povera te! Non vedi che vai al macello e ti fabbrichi da te i ceppi, aguzzi tu stessa il coltello, tu stessa stemperi il veleno? che sei mandata all'orca sorella perché ti mangi. Ma ascoltami e non dubitare: prendi questo pane, questo fascio di fieno e questa pietra; e, quando sarai arrivata a casa di mia zia, troverai un cane corso, che ti verrà contro abbaiando per morderti; e tu dagli questo pane, che gli turi la gola; dopo il cane, troverai un cavallo scapolato, che ti si lancerà contro per colpirti a calci e calpestarti, e tu gettagli questo fieno e gli metterai le pastoie ai piedi; finalmente, troverai una porta che sempre sbatte, e tu puntellala con questa pietra, che le toglierai la furia. Poi sali e troverai l'orca con una bambina in braccio, la quale ha già acceso il forno per arrostirti; ed essa ti dirà: - Tienimi questa creatura, che vado su a prendere la musica; - ma sappi che, invece, va ad affilarsi le zanne per sbranarti a pezzo a pezzo; e tu getta la bambina nel forno senza pietà, che è carne d'orca, e prendi gl'istrumenti musicali, che stanno dietro la porta e svigna, prima che ridiscenda l'orca; altrimenti, sei perduta. Ma avverti che stanno in una scatola, che tu non devi aprire, se non vuoi guai e sopraguai".
Fece Parmetella tutto quanto le aveva consigliato l'innamorato; ma, al ritorno, aperse la scatola, e subito vedesti volare di qua un flauto, di là una cennamella, da una parte una sampogna, dall'altro un chiuchiaro, che facevano per l'aria ogni sorta di suoni; e Parmetella dietro a loro, graffiandosi la faccia. In questo, scese l'orca e, non trovandola, s'affacciò alla finestra e gridò alla porta:
"Schiaccia la traditora!", ma la porta rispose: "Non voglio far male alla sventurata, che mi ha puntellata". E gridò al cavallo: "Calpesta la malandrina!"; e il cavallo rispose: "Non voglio calpestarla, perché m'ha dato il fieno a rosicchiare". E chiamò, infine, il cane: "Mordi la vigliacca!", e il cane rispose: "Lasciala andare, poverella, che mi ha dato il pane!".
Correva Parmetella, gridando dietro gli strumenti, quando scontrò Tuoni-e-lampi, che le fece un gran rimbrotto:
"O traditora! Non hai ancora appreso a spese tue che, per cotesta maledetta curiosità, sei nello stato in cui ti trovi?".
E chiamò a fischio gli strumenti di musica e tornò a serrarli nella scatola, e le disse di portarli alla mamma. Questa, quando la vide, esclamò a gran voce:
"Oh sorte crudele! Anche mia sorella mi è contraria, che non ha voluto darmi questo contento!". Intanto, sopraggiunse la sposa novella, che era una peste, un canchero, un'arpia, una mal'ombra, camusa, musuta, cisposa, sgangherata, tutta impalata, che con cento fiori e frasconi pareva una taverna nuova aperta. La suocera le die un gran banchetto; e, poiché buttava fiele, fece apparecchiare la mensa presso un pozzo, e intorno le sette figlie, ciascuna con una torcia in mano, e Parmetella con due torce, seduta sull'orlo, con disegno che, venendole sonno, farebbe il capitombolo in fondo all'acqua. Ora mentre i piatti andavano e venivano e il sangue cominciava a scaldarsi, Tuoni e-lampi, che stava come sposa malcontenta, disse a Parmetella:
"O traditora, mi vuoi bene?".
Ed essa rispose:
"Fin su al comignolo!".
E quegli replicò:
"Se mi vuoi bene, dammi un bacio".
Ed essa:
"Dio me ne scansi, lontano sia! Bella roba che hai accanto! Dio te la mantenga di qui a cent'anni, con salute e figli maschi!".
E la sposa intervenne:
"Ben si vede che sei una sciagurata, se anche campassi cent'anni, che fai la schifiltosa a baciare un giovane così bello; e io, per due castagne, mi lasciai baciare sulle due guance a pizzicotti da un pecoraio!"
Lo sposo, che udì questa bella prova, si irritò e gonfiò come rospo e il mangiare gli restò in gola; tuttavia fece della trippa cuore, e inghiottì la pillola col pensiero di far poi i conti e di saldare la partita.
Levate le tavole, mandò via la mamma e le sorelle, ed esso, la sposa e Parmetella restarono insieme per andare a coricare; e, mentre egli si faceva scalzare da Parmetella, disse alla sposa:
"Moglie mia, hai visto come questa ritrosa mi ha negato un bacio?".
"Ha avuto torto - replicò la sposa - a tirarsi indietro, essendo tu cosi bel giovane, quando io per due castagne mi feci baciare da un guardapecore".
Non potè più oltre frenarsi Tuoni-e-lampi e con lampi di sdegno e tuoni di fatto, montatagli la mostarda al naso, mise mano a un coltello e scannò la sposa, e, scavata una fossa nella cantina, la sotterrò; e poi, abbracciata Parmetella, le disse:
"Tu sei la gioia mia, tu sei il fiore delle donne, lo specchio delle persone onorate; e perciò volgimi gli occhi, dammi la mano, appressami la bocca, stringiti al mio cuore, che voglio esser tuo finché il mondo sarà mondo".
Cosi si coricarono e stettero in godimento, fintanto che il Sole levò i cavalli di fuoco dalla stalla d'acqua e li cacciò a pascere pei campi seminati dall'Aurora; quando, venuta l'orca con le uova fresche per ristorare gli sposi e dire: "Beato chi si sposa e prende suocera!", trovò Parmetella abbracciata col figlio, e apprese come la cosa era andata.
Corse allora difilato alla sorella per concertare il modo di levarsi quel pruno dagli occhi suoi senza che il figlio vi s'opponesse; ma trovò che quella, pel dolore della figlia arrostita nel forno, s'era infornata anch'essa, talché il puzzo di bruciaticcio ammorbava tutto il vicinato.
La sua disperazione fu tale che da orca diventò montone, e cozzò nei muri tante e tante volte che alfine vi schizzò le cervella. E Tuoni-e- lampi, messa pace e amicizia tra le cognate e Parmetella, sa ne stette contento e lieto con la moglie, riconoscendo vero il motto che

chi la dura la vince

[1] Ricordo del ponte «al sirat », gettato proprio sul mezzo dell'inferno, e che era più stretto di un capello e più sottile del filo di una spada, sul quale dovevano passare a prova le anime; secondo alcune credenze maomettane.

Traduzione di Benedetto Croce.
Il testo in lingua originale è nella Pagina: "G.B. Basile".

mercoledì 5 luglio 2017

Il Principe Scursuni (Sicilia)


'erano una volta un re e una regina che avevano quanto si può desiderare, da mangiare e da bere, bei vestiti e carrozze e feste quante ne volevano, solo una cosa mancava loro: non avevano figli.
La regina diceva sempre tra sé e sé: "Oh, Dio, tutti gli animali hanno i loro piccoli, persino i ragni, le lucertole e gli scarafaggi, solo a me non avete concesso un figlio".
Un giorno andò a passeggiare in giardino e vide strisciare uno scorsone con i suoi piccoli e disse: "Oh, Dio, quanti piccoli avete concesso a questo animale velenoso e a me nemmeno un  figlio. Ah, come vorrei un figlio, anche se fosse uno scursuni!"
Poco dopo la regina rimase incinta. Ci fu grande gioia al castello e in tutto il paese. Trascorsi i nove mesi, venne il momento di partorire e il re mandò a chiamare subito la levatrice. Non appena questa entrò nella stanza dove era coricata la regina, cadde a terra morta.
"Cosa succede? - gridò il re - Presto, chiamate un'altra levatrice".
Ne fecero venire un'altra, ma non le andò meglio che alla prima, e, per quante ne chiamassero, tutte morivano non appena mettevano piede nella stanza della regina.
Vicino al castello abitava un povero calzolaio che aveva un'unica figlia che era bellissima. Lei però aveva una matrigna che non la poteva soffrire e pensava sempre a come danneggiarla. Quando la matrigna malvagia sentì le grandi difficoltà che c'erano al castello, disse alla ragazza:
"Vestiti e va' al castello: devi assistere la regina in questo momento difficile", pensando che anche la ragazza sarebbe morta come le altre donne.
"Ah, - disse la ragazza - come potrò assistere la regina? Nessuno può avvicinarsi a lei senza morire".
"Non mi interessa" disse la matrigna malvagia e scacciò la ragazza con male parole.
La povera ragazza entrò nella chiesa vicina, dov'era seppellita la sua vera madre e si lamentò:
"Ah, anima di mia madre! Ah, cara mammina! Vedi come vengo maltrattata! Ah, aiutami!"
"Non piangere! - rispose una voce che era l'anima della madre - Va' invece coraggiosa al castello, perché se fai quel che ti dico non ti succederà niente. Fatti preparare dal fabbro un paio di guanti di ferro e mettiteli. Poi prepara un grande mastello di latte e, quando la regina partorirà, prendi il bambino con i guanti di ferro e gettalo nel latte".
Così la ragazza uscì consolata dalla chiesa e si fece preparare dal fabbro un paio di guanti di ferro; li infilò e andò al castello per assistere la regina. Prima di entrare nella stanza, si fece dare un grande mastello di latte, lo prese e lo mise vicino al letto. La regina era in grandi angustie, ma la figlia del calzolaio la prese tra le sue braccia e l'aiutò a partorire un maschio che sembrava un grande scursuni.
La ragazza lo prese con i guanti di ferro e lo gettò nel latte. Lo scursuni bevve il latte e si fece il bagno.
Il figlio della regina diventava ogni giorno più grande e forte, ma era e rimase uno scursuni, perché sua madre aveva commesso un peccato nel desiderare di avere un figlio anche se fosse stato uno scursuni.
Così trascorsero alcuni anni. Un giorno lui disse a sua madre:
"Madre, datemi una moglie, voglio sposarmi".
"Ah, adesso l'animale si vuole sposare, -  lamentò la regina - chi vuoi che ti prenda, orribile Scursuni!".
"Madre! non m'importa, voglio una moglie".
Allora la regina andò dal re e disse:
"Figurati, nostro figlio si vuole sposare. Vicino a noi abita un povero tessitore, che ha una figlia graziosa; facciamola venire, senza dirle che deve sposare nostro figlio".
Il re fu contento e la regina fece chiamare il tessitore e gli disse:
"Mastro, voi avete una bella figlia; mandatecela come serva per nostro figlio, ché la pagheremo lautamente".
Il padre acconsentì e mandò sua figlia al castello, dove venne rinchiusa nella stanza del Principe Scursuni. La sera si mise a letto, e a mezzanotte  Scursuni  si sfilò improvvisamente la sua pelle di serpente e si trasformò in un uomo bello, benfatto.
"Di chi sei figlia tu?" chiese alla ragazza.
Lei rispose:
"Sono la figlia di un tessitore".
"Cosa! Io sono figlio di un re e mi portano in moglie la figlia di un tessitore?"
Con queste parole si infilò di nuovo la pelle del serpente e la uccise con un morso.



Ségur A.



L'indomani la regina andò nella stanza e chiese al Principe Scursuni:
"Ebbene, figlio mio, ti è piaciuta tua moglie?"
"Cosa? Quella deve essere mia moglie? - brontolò lui - Io sono il figlio di un re e voglio sposare la figlia di un principe, non la figlia di un tessitore! Guardate, eccola là!".
La madre corse e trovò la ragazza morta e urlò:
"Il crudele Scursuni ha ammazzato la povera ragazza!".
E fece sapere al tessitore che sua figlia era morta.
Poco dopo, il Principe Scursuni chiese di nuovo una donna.
"Madre - disse - voglio sposarmi, procuratemi una moglie".
"Ah, ma va', brutto Scursuni, chi vuoi che ti sposi!".
"Madre! Non mi importa; dovete procurarmi una moglie".
Cosa poteva fare la regina? Pensò:
'Dio mi manda questa croce per i miei peccati'.
Fece allora chiamare un povero fabbro che abitava vicino al castello e che aveva una bella figlia.
"Mastro, - disse - voi avete una figlia graziosa, mandatecela a servizio e noi provvederemo a lei".
Il fabbro fu contento e mandò sua figlia al castello. La regina la accolse gentilmente e la portò nella stanza del Principe Scursuni.
La sera si coricò, e a mezzanotte lo scursuni si sfilò di nuovo la pelle e si trasformò in un bell'uomo che le chiese:
"Di chi sei figlia tu?"
"Sono figlia di un fabbro".
"Cosa? Io dovrei sposare la figlia di un fabbro?".
Infilò di nuovo la pelle di serpente e la uccise con un morso.
La mattina, la regina pensò tutta trepidante:
'Speriamo che l'infelice Scursuni non abbia ucciso anche questa povera ragazza!".
Entrò nella stanza e chiese a suo figlio:
"Ebbene, figlio mio, ti è piaciuta tua moglie?"
"Cosa? Mia moglie? Voglio una principessa in moglie e non la figlia di un fabbro! Eccola là".
La regina corse al letto e e vide la povera ragazza morta e gemette:
"Questo essere malvagio ha ucciso anche questa ragazza infelice!".
E al padre fece sapere che la figlia era morta.



Franz von Bayros


Accanto al castello, come sappiamo, abitava il povero calzolaio che aveva la bella figlia, ma la matrigna malvagia non la poteva più soffrire e pensava a come farle del male. Allora le disse:
"Vestiti, che devi andare al castello e servire il Principe".
"Ah, - rispose la figlia - sono già morte due ragazze a servizio da lui, adesso volete veder morta anche me".
"Non contraddirmi - disse la matrigna - Altrimenti ti rovino e, se non vuoi obbedire, ti caccio via da casa!".
La ragazza andò in chiesa dove era seppellita la madre e pianse:
"Ah, anima di mia madre! Ah, cara mammina! Vedi come mi maltratta! Ah, aiutami!".
"Non piangere! - rispose l'anima di sua madre - Va' tranquilla al castello del Principe Scursuni. Se però ti chiede di chi sei figlia, rispondigli che sei figlia di un grande principe e raccontagli delle tue ricchezze e dei tuoi tesori",
La regina la accolse gentilmente, la condusse nella stanza di suo figlio e la rinchiuse con lui.
La sera, la figlia del calzolaio si coricò, e, a mezzanotte, il figlio del re si sfilò la pelle di serpente e si trasformò in un bell'uomo alto.
"Di chi sei figlia?" chiese alla ragazza.
Lei cominciò a raccontare che era la figlia di un ricco principe e parlò dei suoi tesori e della sua ricchezza. Il figlio del re fu tutto contento e disse:
"Su di me grava una maledizione per colpa di mia madre, che una volta espresse il desiderio di avere un figlio, anche se fosse stato uno scursuni. Quando sarò liberato dall'incantesimo, tu sarai mia moglie".
Poi si coricò anche lui e dormirono tranquilli fino al mattino. Venuto giorno, si infilò di nuovo nella pelle di serpente. La mattina, venne la regina tutta impaurita nella stanza del figlio, ma la ragazza le andò incontro viva e vegeta. Il Principe Scursuni allora disse:
"Madre, adesso ho trovato una buona moglie!".
Così passarono alcuni mesi e la figlia del calzolaio viveva con il Principe Scursuni  nella sua stanza e lui l'amava più dei suoi occhi. Presto, lei rimase incinta, e, arrivata l'ora, partorì un meraviglioso maschietto. Lei però lo tenne nascosto e nemmeno il re e la regina seppero di lui. Nella notte il bambino una volta pianse, così il figlio del re si alzò, lo cullò e cantò:

Dormi, dormi, e fa' la ninna,
Si to nanna lo saprà,
Fasci d'oru ti farà. (2)

La regina sentì il canto, l'indomani chiamò la figlia del calzolaio e le chiese:
"Chi ha cantato questa notte nella vostra stanza?".
La figlia del calzolaio le raccontò tutto e disse:
"Ah, se sapeste che bel giovane è vostro figlio! Ma un malvagio incantesimo grava su di lui".
"Chiedigli come può essere liberato" disse la regina.


H.J. Ford


La sera la ragazza chiese al figlio del re:
"Come è possibile liberarti dall'incantesimo?"
"Per liberarmi, bisogna filare, tessere e cucire, in un giorno solo, una veste di lino bianco e fine. Poi si deve scaldare una calcara per tre giorni e tre notti e quando mi toglierò la pelle, qualcuno deve gettarmi la veste addosso e buttare la pelle velocemente nel forno. Io devo essere tenuto fermo con la forza, altrimenti mi getto anch'io nel fuoco".
L'indomani lei disse tutto alla regina, la quale convocò subito a palazzo tutte le lavoratrici della città.
Dovevano filare e tessere in un giorno il lino e con la tela cucire la veste. La sera, quando il Principe Scursuni si tolse la pelle, sua moglie gli gettò l'abito. Nello stesso tempo entrarono i servi, alcuni buttarono la pelle nel fuoco, gli altri tennero fermo il figlio del re che smaniava e scalciava per buttarsi a tutti i costi nel fuoco. Bruciata tutta la pelle, anche l'incantesimo cessò e lui rimase un bel giovane.  Il re e la regina abbracciarono pieni di gioia il loro figlio, il nipotino e l'amata nuora. Lei però disse al figlio del re:
"Io non sono la figlia di un principe, come ti ho detto, mio padre è solo un povero calzolaio".
Ma lui rispose:
"Tu mi hai liberato dall'incantesimo, per questo sarai mia moglie".
E celebrarono un magnifico matrimonio con grandi feste e

Iddi ristaru cuntenti e filici
E nui comu un mazzu di radici.




1) "Biscia dal collare" - "Natrice".
Qua ha il valore di serpe velenosa, in contrapposizione a quella non velenosa. Nella fantasia popolare è un animale pericolosissimo di cui si ha un timore particolare. Nel raccontare spesso viene usato il termine dispregiativo "scursunazzu".
L. Gonzenbach

2) "Dormi, dormi, e fa' la ninna/ Se tua nonna lo saprà/ Fasce d'oro ti farà". L. Gonzenbach

"Fiabe Siciliane", Laura Gonzenbach.
Rilette da Vincenzo Consolo.
A cura di Luisa Rubini.

venerdì 30 giugno 2017

"Peter Somigliava Moltissimo al Bacio Segreto di Mrs Darling"

Mrs Darling fece un sogno.
Sognò che l’Isola-che-non-c'è si era avvicinata troppo e che uno strano ragazzo ne era scivolato fuori. Non si spaventò perché sapeva di averlo visto sul volto delle donne che non hanno figli. Forse lo si può vedere anche sul volto di alcune donne che sono madri.




R. Ingpen




Ma, nel suo sogno, il ragazzo aveva squarciato il velo che nasconde l’Isola-che-non-c'è, e così Mrs Darling vide Wendy, John e Michael sbirciare attraverso lo strappo. Il sogno in sé non l'avrebbe certo turbata, ma mentre dormiva e sognava, la finestra della nursery si spalancò all'improvviso, e un ragazzo atterrò sul pavimento.
Lo accompagnava una strana luce non più grande di un pugno che guizzava per la camera come fosse una creatura viva, e credo che fu proprio quella luce a destare Mrs Darling.
Mrs Darling si svegliò di soprassalto, lanciando un grido, vide il ragazzo, e - non so come e perché -   capì immediatamente che era Peter Pan.



R. Ingpen




Se voi, o io, o Wendy fossimo stati presenti, avremmo notato che Peter somigliava moltissimo al bacio segreto di Mrs Darling. Era un ragazzo affascinante, rivestito di foglie secche e della linfa che stilla dagli alberi, ma la cosa più incantevole è che aveva ancòra i suoi dentini da latte, e, quando si rese conto di trovarsi davanti a un adulto, gli digrignò contro quelle sue piccole perle.
Mrs Darling urlò, e, come in risposta allo squillo di un campanello, la porta si spalancò e Nana, di ritorno dalla sua uscita serale, irruppe nella nursery e si avventò ringhiando contro il ragazzo, che guizzò via attraverso la finestra.
Mrs Darling urlò di nuovo, ma, questa volta, per paura che si fosse ammazzato, e si precipitò in strada alla ricerca del suo corpicino, ma non ne trovò alcuna traccia. Alzò gli occhi e, nel cupo cielo notturno, vide solo una stella cadente. Quando ritornò nella camera dei bambini, si accorse che Nana stringeva qualcosa tra i denti: era l’ombra del ragazzo.


S. Gustafson



Mentre lui si librava dal davanzale, Nana aveva serrato velocemente le ganasce, troppo tardi per catturarlo, ma in tempo per afferrare la sua ombra, che non era riuscita a seguirlo.


Da "Peter Pan and Wendy", di J.M. Barrie.
Traduzione: Mab's Copyright


R. Ingpen



giovedì 29 giugno 2017

La Fanciulla con Una Mano Sola, (Africa), A. Lang. Seconda e Ultima parte, Traduzione Mia

a ragazza non riusciva a credere alla propria buona sorte, e, grata per la grande gentilezza con cui era stata accolta, si dimostrò così premurosa e gentile con i genitori del marito che essi, ben presto, l'amarono.
Qualche tempo dopo, la giovane diede alla luce un bambino, ma il Principe fu costretto a lasciarla poiché il Re suo padre lo inviò ad occuparsi di affari di Stato in remote regioni del Regno.
Non era trascorso molto tempo dalla partenza del Principe che il fratello della ragazza decise di recarsi nella capitale. Aveva dilapidato le ricchezze della moglie ed era più povero di prima. Mentre camminava tra la folla, udì un uomo dire:
"Sapete che il figlio del Re ha sposato una donna senza una mano?"
 A queste parole, si fermò e chiese:
"E dove ha incontrato quella donna?"
"Nella foresta", rispose l’uomo, e il crudele fratello intuì che doveva trattarsi di sua sorella.
Il pensiero che la ragazza che aveva tentato di condurre alla rovina si fosse innalzata ad un tale rango accese in lui una rabbia feroce, e giurò che ne avrebbe provocato la caduta. Quello stesso pomeriggio, si recò a Palazzo e chiese udienza al Re.



Leo e Diane Dillon



Quando fu ammesso alla sua presenza, s'inginocchiò toccando il pavimento con la fronte. Il Re gli ordinò di alzarsi e di raccontargli il motivo della sua visita.
"A causa della bontà del vostro cuore, o mio Re, siete stato ingannato - disse l'uomo - Vostro figlio ha sposato una ragazza con una mano sola. Sapete come l'ha perduta? È una strega, ha avuto tre mariti, e tutti e tre sono morti a causa dei suoi maleficî. Allora, la gente del villaggio le ha tagliato una mano e l'ha abbandonata nella foresta. Ciò che dico è la verità perché il suo villaggio natìo è anche il mio".
Il Re ascoltò e si fece scuro in volto. Sfortunatamente, aveva un carattere impulsivo, così invece di inviare qualcuno nel villaggio della nuora per informarsi presso chi la conosceva bene e che avrebbe potuto raccontare quanto duramente lavorasse e quanto fosse povera, credette a tutte le falsità del fratello, e indusse anche la Regina a crederci. Si consigliarono a vicenda sul da farsi, e, infine, decisero che la nuora fosse scacciata dalla capitale.
Ma il suo esilio non bastava al malvagio fratello.
"Uccidetela - disse - È ciò che merita per aver osato sposare il figlio del Re. E non potrà recar danno ad altri."
"Non possiamo ucciderla - risposero il Re e la Regina - Se lo facessimo, di sicuro nostro figlio ucciderebbe noi. Scacciamola e che siano altri ad ammazzarla."
E il fratello invidioso non osò insistere oltre.
La povera donna amava molto il marito, ma il suo bambino era quanto di più prezioso avesse al mondo, e, se lo aveva con sé, non si perdeva mai d'animo. Così, prese in braccio il figlioletto, si appese al collo un pentolino di terracotta per cucinare, e lasciò la grande Casa con i suoi ventagli di penne di pavone, gli schiavi e i seggi d’avorio, e si inoltrò nella foresta.
Camminò per un po’, senza meta, e, quando si sentì esausta, sedette sotto un albero e si affannò a cullare il bambino perché si addormentasse. Improvvisamente, vide un serpente che, sgusciato da un cespuglio, strisciava verso di lei.
'Sono una donna morta', pensò, e rimase immobile, pietrificata dal terrore. Un istante e il serpente fu al suo fianco, ma, con sua sorpresa, parlò:
"Apri il tuo pentolino di terracotta e fammici entrare. Salvami dal sole e io ti salverò dalla pioggia".
La ragazza scoperchiò il pentolino e, quando il serpente vi fu scivolato dentro, coprì nuovamente la piccola pentola.


H.J. Ford



Poco dopo, vide arrivare un altro serpente. Quando l'ebbe raggiunta, si fermò e disse:
"Hai visto un serpentello grigio passare da queste parti?"
La ragazza rispose:
"Sì, e aveva una gran fretta."
"Devo sbrigarmi e catturarlo!" Esclamò il serpente e se ne andò di corsa.
Quando disparve alla vista, una vocina disse:
"Scoperchia il pentolino."
La ragazza sollevò il coperchio e il serpentello grigio sgusciò fuori.
"Adesso sono salvo - disse - Ma tu, dove stai andando?"
"Non posso dirtelo perché io stessa non lo so - rispose la ragazza - vago per il bosco."
"Seguimi: andiamo a casa mia".
E così la ragazza seguì il serpentello lungo i verdi sentieri della foresta finché giunsero a un grande lago, sulle cui rive si fermarono a riposare.
"Il sole è molto caldo - disse il serpente grigio -  e tu cammini da tanto: prendi il bambino e bagnalo in quella pozza fresca laggiù, dove i rami degli alberi si protendono fino a sfiorare l’acqua."
La ragazza acconsentì ben volentieri e s'incamminò.
Il bambino giocava con l'acqua, sollevando schizzi tra strilli di gioia, quando, all'improvviso, spiccò un salto e  ricadde giù, e giù, e giù, e sua madre non riusciva a trovarlo, per quanto affannosamente lo cercasse tra le canne. Al colmo del terrore, la ragazza tornò a riva e invocò il serpente.
"Il mio bambino è sparito sott'acqua! È annegato, e non lo rivedrò mai più."
"Ritorna laggiù - le disse il serpente - e cerca dovunque, anche fra le radici degli alberi che affondano nell'acqua, e che trattengono forte qualsiasi cosa".
La ragazza tornò indietro in gran fretta e cercò dappertutto con la sua unica mano: infilò persino le dita nelle fessure dove neanche un granchio sarebbe riuscito a strisciare.
"Non c'è! Non c'è! - gridò - Come potrò vivere senza di lui?"
Il serpente non si scompose e disse:
"Immergi nell'acqua anche l'altro braccio e cerca ancòra".
"Perché? - chiese la ragazza - A che scopo se non ho una mano con cui cercare?"
Ma gli obbedì, e il suo braccio mutilato toccò qualcosa di tondo e morbido che giaceva tra due pietre, in un groviglio di canne.
"Il mio bambino, il mio bambino!" gridò, e lo sollevò fuori dall'acqua e  lui rideva di gioia, e non era ferito né spaventato.
"Lo hai trovato, questa volta?", chiese il serpente.
"Sì, oh, sì! - rispose la ragazza -  E ho di nuovo la mia mano!"
E scoppiò in lacrime, al colmo della gioia.


H.J. Ford



Il serpente lasciò che si sfogasse per un po', quindi, le disse:
"E adesso andiamo a casa mia, dove sarai ricompensata per la grande gentilezza che mi hai dimostrato."
"Restituendomi la mia mano mi hai più che ripagata!" Replicò la ragazza, ma il serpente si limitò a sorridere.
"Sbrighiamoci, prima che il sole tramonti", la incitò, poi, e prese a strisciare così velocemente nell'erba che la ragazza riusciva a stento a tenergli dietro.
In breve tempo, raggiunsero la casa in un albero in cui, quando non viaggiava, viveva il serpente, con il padre e la madre. Raccontò loro le proprie avventure e come fosse sfuggito al suo nemico.
Padre serpente e Madre serpente non sapevano come fare per dimostrare alla ragazza tutta la  loro gratitudine. Prepararono per lei un'amaca, intrecciando robuste liane, e la appesero da un ramo ad un altro, e la ragazza poté riposarsi dopo il lungo cammino, ed era tranquilla perché i serpenti si presero cura del suo bambino, e lo nutrirono con il latte delle noci di cocco che le amiche scimmie avevano consentito ad aprire per loro. I serpenti riuscirono a sfamare anche la madre del bambino portandole dei piccoli frutti assicurati alle loro code, e, finalmente, la ragazza si sentì in salvo e in pace.
Non che avesse dimenticato il marito, anzi, pensava spesso a lui, e desiderava ardentemente che vedesse il loro bambino. A volte, di notte, giaceva sveglia e si chiedeva dove fosse. Trascorsero così diverse settimane.
Ma che ne era stato del Principe? Ebbene, mentre viaggiava lungo i più lontani confini del Regno, era caduto gravemente ammalato ed era stato curato da un popolo gentile che non sapeva chi fosse, così il Re e la Regina non avevano avuto sue notizie.
Quando il Principe si sentì meglio, prese lentamente la via di casa, e raggiunse il palazzo di suo padre, in cui trovò uno strano uomo che stava in piedi dietro il trono reggendo il grande ventaglio di piume di pavone. Era il fratello di sua moglie, che il Re teneva in grande considerazione, ma, naturalmente, il Principe ignorava ciò che era accaduto durante la sua lunga assenza.
Per un istante, il Re e la Regina lo fissarono senza riconoscerlo: a causa della malattia, era debole ed emaciato e aveva le spalle cadenti come quelle di un vecchio.
"Avete già dimenticato vostro figlio?" chiese il Principe.
Al suono della sua voce, scoppiarono in lacrime e corsero ad abbracciarlo, e lo tempestarono di domande su ciò che era accaduto e sulla ragione del terribile mutamento del suo aspetto.
Ma il Principe non rispose alle loro domande.
"Come sta mia moglie?" chiese.
Dopo un lungo silenzio, la Regina rispose:
"È morta."
"Morta! - ripeté il Principe, facendo un passo indietro - E mio figlio?"
"È morto anche lui."
Il giovane restò in silenzio, poi disse:
"Mostratemi le loro tombe."
A queste parole, il Re, che si sentiva piuttosto a disagio, riprese animo: non aveva forse ordinato che venissero costruite due magnifiche tombe da mostrare al figlio, proprio perché mai e poi mai potesse indovinare ciò che era stato di sua moglie?
In tutti quei mesi, il Re e la Regina  non avevano fatto che ripetersi l'un l'altro quanto fossero stati buoni e misericordiosi poiché non avevano seguito il consiglio del fratello della nuora e si erano rifiutati di metterla a morte. Adesso, però, stranamente, non si sentivano più sicuri di aver agito bene nei confronti della sposa del figlio.
Il Re guidò il Principe lungo il cortile dietro il Palazzo e, poi, attraverso un cancello, in uno splendido giardino in cui, in una radura tra gli alberi, sorgevano due magnifiche tombe.
Il Principe avanzò da solo, posò la fronte sulla pietra delle tombe e scoppiò in un pianto disperato.
Ad una certa distanza, il padre e la madre se ne stavano in piedi dietro di lui, in silenzio. Avvertivano una fitta al cuore che non riuscivano a comprendere. Può essere che fosse vergogna?
Dopo un po', il Principe si voltò, e, precedendo i genitori, rientrò a Palazzo e ordinò che gli schiavi gli portassero le vesti del lutto. Per sette giorni nessuno lo vide, ma, al termine del periodo di lutto, andò nuovamente a caccia e aiutò il padre come prima nelle faccende di Stato. Ma nessuno osava parlargli della moglie e del figlio.
Infine, un mattino, dopo aver trascorso sveglia l'intera notte pensando al marito, la ragazza disse al suo amico serpente:
"Mi hai usato mille cortesie, ma, adesso, sto di nuovo bene e voglio tornare casa per avere notizie di mio marito, e sapere se mi piange".
A queste parole, il serpente si rattristò, ma disse soltanto:
"Sì, così deve essere. Va' a dire addio a mio padre e a mia madre, ma, se dovessero offrirti un dono, bada bene di non accettare altro che l'anello di mio padre e lo scrigno di mia madre."
Così la ragazza andò da Padre serpente e Madre serpente che piansero amaramente al pensiero di perderla, e le offrirono, in loro ricordo, una gran quantità di oro e gioielli, ma la ragazza scosse la testa e allontanò da sé quelle ricchezze.
"Non vi dimenticherò mai, mai - disse con voce rotta - ma gli unici pegni d'affetto che accetterò da voi sono questo anellino e questo vecchio scrigno".




I due serpenti si guardarono costernati: l'anello e lo scrigno erano le sole due cose che non volevano donarle. Poi, dopo un breve silenzio, dissero:
"Perché desideri tanto questo anellino e questo scrigno? Chi te ne ha parlato?"
"Oh, nessuno, è solo un capriccio", rispose la ragazza.
Ma i vecchi serpenti scossero la testa e dissero:
"Non è vero: è stato nostro figlio a parlartene e, se lo ha fatto, vuol dire che è giusto così. Se avrai bisogno di cibo o di vestiti o di una casa, dillo all'anello e li avrai. E, se sei infelice o in pericolo, dillo allo scrigno e sistemerà le cose".
Poi, entrambi le diedero la loro benedizione, e lei prese il bambino e se ne andò.
Cammina cammina, giunse nei pressi del grande villaggio dove regnava il suocero e dove viveva anche suo marito.
Si fermò sotto un gruppo di palme e disse all'anellino che voleva una casa.
"Fatto, mia Signora", sussurrò una strana vocina che la fece sobbalzare. Si voltò e vide un bel palazzo costruito con i legni più pregiati, e, davanti al portone, una lunga fila di schiavi con alti ventagli di piume che si prostravano al suo passaggio. Fu assai contenta di entrare poiché era esausta e, dopo aver consumato un’ottima cena a base di frutta e latte che aveva trovato in una delle stanze, si sdraiò su una pila di cuscini e si addormentò con il bambino al suo fianco. In quel palazzo viveva serena, e, ogni giorno, il bambino diventava più alto e più robusto, e ben presto incominciò a correre e persino a parlare.
Naturalmente, nel vicinato si faceva un gran chiacchierare di quella casa costruita così rapidamente - troppo rapidamente - nei sobborghi della capitale, e la gente inventava ogni sorta di storie sulla ricca signora che ci viveva.


Leo e Diane Dillon



Di ritorno dalla guerra con il figlio, il Re venne a sapere di quelle chiacchiere.
"È proprio strana quella casa nel palmeto - disse alla Regina - Devo assolutamente scoprire qualcosa sulla signora che nessuno ha mai visto.  Arrivo a sospettare che non si tratti di una signora, ma piuttosto di una banda di cospiratori che tramano per impossessarsi del trono. Domani prenderò mio figlio e il Primo Ministro e insisteremo per entrare".
Il giorno seguente, poco dopo il sorgere del sole, la moglie del Principe si trovava su una collinetta dietro la casa quando vide una nuvola di polvere che avanzava dalla parte del villaggio. Dopo un po', sentì, ancora attutito dalla distanza, il rullo di tamburi che annunciava l'arrivo del Re, e scorse una folla di persone che si avvicinava al palmeto. Il suo cuore batté più velocemente: possibile che ci fosse anche suo marito nel corteo? In ogni caso, non dovevano sorprenderla lì. Ordinò all'anello di apparecchiare del cibo per gli ospiti, e corse nel palazzo; si avvolse la testa e il volto con un velo di garza d’oro, prese il suo bambino per mano, e attese davanti alla porta.
Il corteo reale e la moltitudine di popolo raggiunsero la casa, e la giovane andò incontro ai nobili visitatori e li pregò di entrare a riposare.
"Volentieri - rispose il Re - Va' avanti e noi ti seguiremo".
Entrarono in una vasta sala in penombra dove era un tavolo ricoperto di coppe d'oro e di cestini ricolmi di datteri, di noci di cocco e di ogni sorta di dorati frutti maturi.
Il Re e il Principe erano sdraiati sui cuscini, serviti dagli schiavi, mentre i Ministri, tra i quali la giovane riconobbe il fratello, stavano in piedi dietro di loro.
'Ah, devo a lui la mia rovina! - Disse la giovane tra sé e sé - Mi ha sempre odiata!'
Ma, esternamente, non tradì alcuna emozione.
 Il Re le chiese le ultime novità, ma lei rispose:
"Venite da lontano e avete cavalcato a lungo: mangiate e bevete perché siete affamati e assetati, poi vi racconterò le novità".
"Parli saggiamente", rispose il Re, e il silenzio cadde nella sala.
Dopo un po', il Re disse:
"Adesso, Signora, ho finito e mi sono ristorato; dunque dimmi, ti prego, chi sei e da dove vieni. Prima, però, siediti".
La donna, chinato il capo in segno di reverenza, sedette su un grande cuscino color porpora, prese sulle ginocchia il suo bambino, che, intanto, si era addormentato, e incominciò a raccontare la storia della propria vita.
Ascoltandola, il fratello avrebbe voluto correre a nascondersi nella foresta, ma era suo compito agitare il ventaglio di piume di pavone sulla testa del Re per tenere lontane le mosche, e sapeva bene che, se avesse tentato di scappare, sarebbe stato catturato dalle guardie reali. Non aveva scampo, doveva rimanere, ma, per sua fortuna, il Re era troppo interessato al racconto della sorella per accorgersi che il ventaglio non si muoveva e che le mosche svolazzavano liberamente sui suoi folti capelli ricciuti.
Mentre raccontava la propria storia, la giovane non guardò mai il Principe, neanche attraverso il fitto velo, benché lui, seduto al suo fianco, non le staccasse gli occhi di dosso.
Quando narrò di come si fosse nascosta piangendo sull'albero, il figlio del Re non si trattenne più.
"È mia moglie - gridò, slanciandosi verso la donna, che sedeva con il bambino addormentato in grembo -  Mi hanno mentito, tu non sei affatto morta, e neanche il nostro bambino! Ma che cosa è accaduto? Perché mentirmi? E perché hai lasciato la mia casa in cui eri protetta e al sicuro?" E si voltò a guardare il padre con ferocia.
"Lasciami finire la mia storia e capirai", rispose la ragazza, che, gettato via il velo, raccontò di come il fratello si fosse recato a Palazzo e l'avesse accusata di essere una strega, e di come avesse tentato di convincere il Re a ucciderla.
"Ma lui non ha voluto farlo - continuò dolcemente - e, dopotutto, se fossi rimasta nella tua casa, non avrei mai incontrato il serpente e non avrei riavuto la mia mano. Dimentichiamo ogni cosa e torniamo ad essere felici: non vedi che bel ragazzino è diventato tuo figlio?"
"E che dovremmo fare di tuo fratello?" Chiese il Re, felice di scoprire che, tutto sommato, c'era qualcuno che si era comportato peggio di lui.
"Che sia scacciato dal villaggio", rispose la giovane nuora.

FINE


Leo e Diane Dillon




"The One-handed Girl",
da "Swaheli Tales", di E. Steere
in "The Lilac Fairy Book" di A. Lang.

Traduzione: Mab's Copyright.